La Storia

del Casino De Viti dal 1600 ad oggi

La storia del Casino De Viti si sviluppa nei secoli a partire dal Seicento, per fasi successive, secondo le varie destinazioni che nel tempo hanno connotato la società e l’economia de Salento. Nasce originariamente come Casino di caccia, secondo le abitudini dei nobili dell’epoca che vi trascorrevano il molto tempo libero e lì solevano ritrovarsi fuori da occhi indiscreti per le consuete scorribande di amici o incontri segreti. Nella fase di pieno splendore settecentesco fu aggiunto il salone monumentale antistante, che esibisce sopra il portone d’ingresso il bassorilievo di un puttino alato della caccia, simbolo della sua destinazione abituale, simile a tante figurazioni di Ercolano.
Col passare del tempo, a fine Ottocento, l’edificio fu adibito a frantoio, come mostrano le nicchie delle antiche presse recuperate nella bellezza dei fregi sbalzati su pietra. Caratteristico anche lo scavo semicircolare nel pavimento su cui girava la ruota, in unico blocco di pietra, trainata da un asino. Rimane a lato anche la bocca di una mangiatoia per ristorare il povero animale.
Cambiando l’economia del territorio, a metà Novecento, la struttura divenne fabbrica per la lavorazione e la conservazione del tabacco. E le antiche casse di varie dimensioni, con ancora impresse le diciture a inchiostro nero o rosso, sono oggi qua e là affascinanti elementi di arredo.

La vita segreta di Antonio De Viti Anguissola

Il capostipite della famiglia De Viti è un personaggio misterioso, a metà tra rivoluzionario e malfattore, che intorno agli anni Venti dell’Ottocento venne a vivere presso il Casino, profugo della Rivoluzione Napoletana. Dopo una tappa nel Nord della Puglia, a Terlizzi, si stabilì a Vaste dove erano i possedimenti di famiglia, per sfuggire alla Intendenza dell’epoca, l’odierna polizia, che lo perseguitava in quanto antiborbonico, libertino e massonico. Conosciuto e riportato nei documenti dell’epoca, come Antonio De Viti Anguissola, di fatti questo era un falso nome usato per darsi alla macchia, mentre il suo vero nome, tenuto segreto, era Nicola De Viti, in famiglia detto Cocci. Il secondo nome Anguissola rimase alla famiglia De Viti fino all’unità d’Italia, poi scomparve.
Le notizie sulla sua vita avventurosa sono documentate in un dossier dell’Archivio di Stato di Lecce a lui dedicato. Erano la sua fama di uomo pericoloso, e il rilievo della sua figura di rivoluzionario capo-carbonaro, che portarono la polizia borbonica a un’attenzione particolare, tanto da dedicarvi una sezione specifica.
Da quei documenti viene fuori una figura interessante ed enigmatica, che seppe tenere in scacco per anni lo stato borbonico senza mai farsi prendere, nonostante avesse alle costole le forze pubbliche e quelle clericali, unite e in continuo scambio di notizie e di interventi. Da lì si sa che egli avesse nel Casino dimora abituale e lì si incontrasse con i nobili del Sud Salento per cospirare per la libertà della loro terra. Ne viene fuori una attività organizzata di resistenza antiborbonica, attiva e ramificata nella classe intellettuale del Sud Salento. In un documento si denuncia che egli usava scrivere lettere con il succo del limone per sfuggire alla censura e poi spedirle con suoi emissari segreti a persone altolocate di Lecce che le inoltravano a destinatari pericolosi.
Le memorie di famiglia oscillano nel ricordo del mitico capostipite, tra il misterioso rivoluzionario Antonio De Viti Anguissola, e l’antenato ufficiale Nicola De Viti, ritratto in solenne quadro con cornice dorata.


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